Donald Trump dopo l’ufficialità dell’uscita dai patti di Parigi segna una svolta dalle conseguenze incognite, che potrebbe spingere molti Paesi a dire addio a quegli impegni solennemente presi nel 2015 da 195 nazioni per tagliare drasticamente il livello dell’inquinamento. Dice infatti: “Gli Stati Uniti cominceranno a negoziare un nuovo accordo sul clima. Vogliamo un accordo che sia giusto. Se ci riusciremo benissimo, altrimenti pazienza”.
Il Presidente Trump mantiene così un’altra promessa fatta in campagna elettorale dove mette gli States al primo posto, ciò comporta un ritiro totale dall’accordo parigino e ci vorranno quattro anni per completare quell’iter e significa che una decisione finale spetterebbe a cittadini americani quando sceglieranno il prossimo Presidente a stelle e strisce nel 2020.
Il dibattito che ha diviso in due la Casa Bianca, ha visto vincitrice la linea dei conservatori capitanati da Scott Pruitt diventato il capo dell’Agenzia per la protezione ambientale americana (Epa).  Sconfitti sono stati Gary Cohn, l’ex executive di Goldman Sachs divenuto capo degli esperti economici della Casa Bianca e Rex Tillerson, segretario di Stato nonché ex ceo del colosso petrolifero Exxon mobil.

Trump si è rivolto agli americani e al mondo intero dalla Casa Bianca, in un clima surreale nella sala stampa della White House, in prima fila vi erano tutti i più stretti consiglieri del presidente americano. Al G7 di Taormina, mentre Trump già voleva abbandonare i patti parigini, Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito avevano subito riaffermato il loro impegno a implementare l’accordo di Parigi. A nullo è servito il pressing di Papa Francesco, che nel suo incontro in Vaticano con il Tycoon aveva dato in dono l’enciclica prestigiosissima “Laudato sì” sul cambiamento climatico.

E’ dunque prevalsa la linea dura di Trump a discapito dei colossi imprenditoriale, da Wall Street alla Silicon Valley, compresi i giganti petroliferi come Exxon Mobil, Chevron e Bp. Nella conferenza stampa del Tycoon viene dunque annunciato che: “gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dall’intesa di Parigi e negoziati da Barack Obama non sono realistici per gli Stati Uniti, favoriscono invece Paesi come la Cina. Il risultato per la Casa Bianca è che quell’accordo non è in linea con il principio faro dell’amministrazione, quello dell”America First’, danneggiando l’economia americana e ostacolando la creazione di nuovi posti di lavoro negli Usa. Impone dei costi in anticipo sugli americani a danno dell’economia e della crescita del lavoro, mentre strappa impegni insignificanti da altri Paesi, come la Cina. Se gli Usa rispettassero i termini dell’accordo, l’economia americana perderebbe 3mila miliardi di dollari nel suo pil nei prossimi decenni”.

Il presidente assicura poi in conferenza internazionale che: “con la sua amministrazione gli States saranno il paese più pulito e ambientalista della terra, avremo l’aria più pulita, l’acqua più pulita, saremo ecologisti ma non metteremo fuori mercato le nostre aziende e cresceremo rapidamente. Lavoreremo perchè gli Usa siano leader delle politiche ambientali ma con oneri ugualmente divisi tra le nazioni di tutto il mondo”.

Dunque decisioni che fanno palpitare le amministrazioni di tutto il mondo, prima tra tutte quella tedesca che, con Angela Merkel anche al G7 di Taormina ha più volte criticato Trump per la mal gestione del paese di cui si fa portavoce e se la Germania fa da porta bandiera alle critiche sul Tycoon le retrovie certo non stanno a guardare, di fatti il Tycoon raccoglie dissenzo anche da Francia, Canada e Giappone.

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