Avvocato, ma quanto dura questa causa?
Questa domanda che nel corso della propria carriera qualunque avvocato del Regno si è sentito rivolgere più di una volta, normalmente assumeva una rilevanza “individuale”: la dolorosa via crucis di un singolo cittadino o di una impresa, di fronte alla maestosa e imponente macchina della Giustizia che necessitava del proprio tempo per poter emettere una sentenza, per definizione, “giusta” (spesso, solo per definizione e basta).
Tuttavia, valutato nella dimensione europea, questa innegabile inadeguatezza del sistema giustizia a fornire risposte in tempi brevi, rischia, di diventare un problema non solo del “Sistema Italia” ma anche di avere degli effetti diretti sulla fruizione dei fondi del PNRR, che andrebbero restituiti.
è noto, infatti che l’ammodernamento e la velocizzazione della macchina giudiziaria era una delle condizioni contenute all’interno del Disposition Time concordato in sede europea.
In assenza di tale ammodernamento e velocizzazione, i fondi del PNRR avrebbero subito un brusco dietrofront verso i burocrati di Bruxelles (che in quanto burocrati, non hanno mai ragione, ma forse in questo caso, si).
È oramai un dato pacifico, non solo tra noi operatori del diritto, ma anche tra la gente comune, che le varie riforme, non ultima la c.d. “Riforma Cartabia” poco abbiano inciso per la velocizzazione della macchina giudiziaria ed, anzi, a dirla proprio tutta, proprio perché l’ultima riformè testè citata sembra quasi essere stata concepita in “vitro”, da straordinari giuristi che però non avevano mai varcato la soglia di un’aula giudiziaria, il risultato è apparso fin da subito un “nulla di fatto” se non addirittura un peggioramento dello status quo ante.
Dalla lettura dei quotidiani e da voci di corridoio interne a via Arenula, sembrerebbe che il Ministro stia cercando soluzioni per raggiungere l’ambizioso traguardo di redigere 200.000 sentenze in più all’anno, che sarebbero il primo passo per sanare un ritardo endemico della macchina.
Inoltre sono state avanzate una serie di proposte, al vaglio di commissioni tecniche, esperti di varia natura, straordinari giuristi (vedi sopra) che, come spesso siamo stati abituati a vedere negli ultimi 40 anni, risultano essere un palliativo del momento, volto a mettere la famosa “pezza” peggiore del “buco”.
Non è questa la sede per parlarne.
Ci limitiamo a semplici considerazioni di buon senso, che già da sole sono in grado di spiegare la vera ragione dei ritardi.
Il Processo Civile.
Il giudizio di primo grado inizia con un atto di citazione, modificato nella sua struttura dalla riforma “Cartabia” che nelle intenzioni del legislatore doveva velocizzare i tempi del giudizio.
Poi arriva il giudice e differisce la prima udienza di sei mesi, se va bene.
Sei mesi persi.
Poi arriva la fase dell’istruttoria, ovviamente fisiologica, ma meno di un anno non dura.
Poi si arriva alla fase della decisione finale.
E, normalmente, il giudice rinvia la causa di oltre un anno (a volte di più) per eccessivo carico di lavoro- di solito così si giustifica e chi siamo noi per non credergli-.
Un anno perso.
Poi, dopo una serie di termini, note, memorie ecc. ecc. arriva la sentenza.
Quella per definizione “giusta”.
Che però è giusta solo per chi vince, e neanche sempre.
Chi perde fa appello.
Il giudizio di appello dura di solito due udienze. Che però sono distanti, l’una dall’altre non meno di due anni. E quindi il giudizio di appello ne dura tre.
La sentenza viene impugnata in cassazione, che decide in non meno di due anni. E l’udienza in cassazione è una.
Possiamo ipotizzare qualunque riforma del caso, ma fino a quando i giudici perderanno anni in meri rinvii tecnici- fossero anche dovuti ai carichi di lavoro, la sostanza non cambia- i processi dureranno sempre molto. Troppo. Con buona pace del PNNR.
Proviamo a ipotizzare delle soluzioni.
E se dessimo un incentivo ad ogni sentenza emessa o un incentivo in caso di durata del giudizio inferiore alla media.
Ah no non si può, perché significherebbe svilire il lavoro di giudici attenti a favore di giudici più superficiali e meno scrupolosi.
E se incentivassimo la definizione dei giudizi, non tanto con la mediazione- istituto a dir poco discutibile che ha collezionato risultati deludenti- ma con strumenti quali l’arbitrato, certamente più rapidi (un arbitrato dura in media 6/9 mesi).
Ah no non si può perché gli avvocati nominati solitamente come arbitri sono poco preparati o sono “avvicinabili”. E invece i giudici non lo sono? O non potrebbero esserlo?.
E se prevedessimo, come in America, che se hai cagionato un danno o devi una somma di denaro a qualcuno e vai in causa, spesso per ragioni dilatorie, e perdi, la somma che devi pagare, viene ex lege moltiplicata rendendo la causa, soprattutto se dilatoria, poco conveniente.
Mi si dirà che anche questa ipotesi non si può, perché… non si sa il perché ma se si potesse, parliamone.
Il Processo penale.
Di solito più veloce, perché c’è la prescrizione di mezzo, che però scatta nel 25% dei processi, a volte di più.
Sulla prescrizione, con buona pace dei populismi vari, di solito targati come le stelle di un hotel di lusso, potremmo e dovremmo aprire un capitolo a parte. Anticipiamo però che è cosa buona e giusta. Sia
Basterebbero due piccole modifiche al codice.
La prima. Le testimonianze delle persone che hanno già riferito durante le indagini vengono acquisite di diritto, salvo che le parti del processo (accusa e difesa) non chiedano di ascoltarli nuovamente.
Non ci sarebbero rinvii di udienza inutili per sentire chi ripete ciò che ha già detto.
La seconda. In caso di appello del solo imputato, la Corte di Appello può comunque riformare la sentenza aumentando la pena, cosa che oggi non può fare (il c.d. “divieto di reformatio in peius”).
Nessuno farebbe più appelli dilatori ma solo appelli in cui c’è qualcosa da dire realmente.
Gioco, partita incontro.
Ma intanto, se continuiamo così, il match point lo ha la U.E. che si accinge a revocarci una ingente parte di fondi da PNRR.
E il Ministro cerca soluzioni. Siamo sicuri che le troverà.
Massimo Baldi Pergami Belluzzi
