Una premessa di metodo

Con il presente scritto ho voluto proporre una interpretazione sul Credo professato nella Messa Gnostica  – che riproduce in parte la tradizione dello gnosticismo iniziale delle prime comunità cristiane pre Concilio di Nicea (325 D.C.) alla luce di alcune riflessioni personali maturate nel corso del tempo.

Sin da subito, a scanso di equivoci, voglio chiarire che non procederò ad una comparazione di tipo letterale – e nemmeno concettuale – tra il Credo gnostico e quello della liturgia Cristiano Cattolica attuale, e ciò non perché quest’ultimo non abbia delle caratteristiche interessanti, ma perché ritengo, come cercherò di dimostrare, che il Credo della Messa Gnostica abbia una sua peculiare funzione e struttura che lo rende incomparabile con i suoi corrispettivi presenti in liturgie diverse, fatte salve alcune necessarie comparazioni relative essenzialmente alla collocazione del Credo all’interno delle rispettive liturgie che, a mio avviso, sono funzionali allo scopo di questo scritto.

Sul significato “letterale” della professione di fede

È a mio avviso opportuno iniziare con una definizione del Credo – in generale e per ogni liturgia – che chiarisca il significato concettuale dell’atto con il quale si professa una fede e che, pertanto, funge da “cornice” della partecipazione ad un determinato Rito.

Per far ciò mi riporterò al “Messale” cattolico il quale, ad onor del vero, offre una definizione concettualmente precisa. Ed infatti, per quel testo, “con il Credo  i fedeli esprimono la loro unica fede….

La sua forma principale è detta Simbolo niceno-costantinopolitano, perché rispecchia in buona sostanza quanto approvato nei Concili ecumenici di Nicea (325 d. C.) e di Costantinopoli (381 d.C.), sulla base di un testo antecedente largamente condiviso (il credo battesimale di Gerusalemme).

Poiché nella liturgia dei primi secoli la professione di fede era strettamente associata al rito del battesimo, il Credo entrò nella messa ordinaria, vale a dire quella celebrata a prescindere da particolari ricorrenze, solo più tardi e lentamente: a Costantinopoli, all’inizio del sec. VI; in Spagna, alla fine del sec. VI; in Gallia, all’epoca di Carlo Magno; a Milano, si ritiene già nel sec. IX; a Roma solo all’inizio del sec. XI.

La nota propensione dei Cristiani per le dispute concettuali, poi, produsse una diatriba tra oriente e occidente – ancora oggi in corso! –   circa l’affermazione che lo Spirito Santo «procede» oltre che «dal Padre» anche «dal Figlio» (Filioque).

Ciò detto, per restare fedele alle premesse di metodo enunciate in apertura, passerò ora all’analisi del “nostro” Credo partendo dalla sua particolare, ed emblematica, collocazione all’interno del Canone del Liber XV.

LA COLLOCAZIONE

La collocazione del Credo nella Messa, restando alla liturgia cristiana, ha conosciuto nella storia differenze significative come emerge ancora oggi dal confronto tra il rito romano e il rito ambrosiano. Infatti, mentre nella liturgia romana il Credo è proclamato al termine dell’omelia, dopo aver ascoltato la lettura del Vangelo e il suo commento, perché «la fede viene dall’ascolto» (Paolo, Rm 10, 17), nella liturgia ambrosiana, in questo più vicina all’uso orientale al quale si è chiaramente ispirato Crowley, il Credo è professato tra la presentazione dei doni e l’orazione sulle offerte, alle soglie della preghiera eucaristica, «quasi a significare – come scriveva l’arcivescovo Giovanni Colombo nel piano pastorale 1978/79 – che l’adesione dello spirito credente….. è la preparazione più alta e più necessaria a entrare nel cuore del mistero eucaristico».

Detto in altro modo: la «regola della fede» professata nel Credo cristiano, per gli uni (i romani) è, anzitutto, il punto di arrivo dell’ascolto della Parola intesa ovviamente non come Logos ma come Verità rivelata, mentre per gli altri (gli ambrosiani) è, primariamente, la porta di accesso al mistero eucaristico.

La parola Credo, ripetuta quattro volte in quella liturgia, scandisce il testo del Simbolo in quattro sezioni: nelle prime tre il fedele professa la sua fede nelle tre Persone della Trinità; nell’ultima, professa la Chiesa nelle sue caratteristiche essenziali (l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità), nel suo fondamento battesimale e nella sua speranza escatologica.

Ora, è interessante notare come, al di là della manifestazione di fede, il Credo, per come sviluppatosi ed affermatosi sin dall’origine, per i cristiani abbia anche la funzione di “scongiuro” in un senso – che noi Thelemiti non abbiamo difficoltà a definire superstizioso – di “imbonimento della divinità[1].

Nella Messa Gnostica, all’opposto, il Credo viene proclamato all’inizio  – nella Cerimonia dell’Introito.

Perché questa differenza?

In primo luogo potrebbe pensarsi che ciò dipenda da una maggiore adesione allo schema della Messa di origine orientale e, ancor più in particolare, alle prime celebrazioni elaborate al tempo del diffondersi del cristianesimo. In realtà però tale affermazione, benché certamente vera nella misura in cui il riferimento è alle prime comunità di cristiani gnostici non è a mio avviso del tutto esaustiva.

La differenza di collocazione all’interno della liturgia, infatti, deve essere a mio parere ricondotta ad una vera e propria differenza di funzione del Credo della Messa Gnostica rispetto a quello delle Messe cristiane (tanto cattoliche quanto ortodosse).

L’affermazione del Credo al momento dell’Introito, quando cioè ancora di fatto non si è assistito, seppur in forma velata, ad alcun mistero[2], non può avere la funzione – come nella liturgia Cristiana – di una affermazione di fede proclamata a seguito dell’esperienza del rito o dell’ascolto (ricordiamoci quanto detto prima circa la funzione del Credo nella Messa cristiana nella quale lo stesso viene recitato non solo dopo la Parola (il Vangelo) ma anche dopo l’omelia, e ciò specie se alla celebrazione presenziano Profani.

Ecco quindi che la domanda che bisogna porsi a questo punto non è tanto cosa rappresenta il Credo ma, semmai, a che serve.

A mio avviso, il Credo è una vera e propria Formula magica la cui funzione è quella di equalizzare ed attivare non soltanto le energie degli astanti ma anche – se non soprattutto – quelle degli ufficiali, in particolar modo la Coppia Sacerdotale, al fine di consentire quello che, nel Credo stesso, è chiamato il “Miracolo della Messa” e che trova il suo culmine nella consumazione eucaristica del Pane di Luce e del Vino con conseguente affermazione – solo a quel punto – della partecipazione della natura divina di ogni astante (“Non vi è parte di me che non sia degli Dei”)

Tale affermazione troverà una sua più esaustiva spiegazione allorché andremo a vedere le singole parti[3] del Credo e noteremo che ognuna di esse non rappresenta soltanto l’affermazione di una fede in un qualcosa – come nel Credo cristiano – ma il diretto rimando a determinate formule ed operazioni che, sul piano sottile, permettono la funzionalità della Messa ed il suo raggiungimento dello scopo che si prefigge.

Questa probabilmente è la più importante differenza rispetto al Credo cristiano.

In quest’ultimo, infatti, solo dopo aver ascoltato la Parola rivelata l’astante afferma di Credere; nella Messa Gnostica, invece, l’affermazione di fede avviene – come già detto – in un momento antecedente nel quale ancora non vi è stata alcuna diretta operazione.

Ed allora, escludendo che nella tradizione gnostica si volesse che i fedeli proclamassero una fede cieca e ammantata dall’ignoranza, non rimane da pensare che, appunto, le clausole o stanze del Credo, ognuna con la sua individualità e specificità, nonché con la loro struttura alle volte molto articolata, fossero funzionali allo scopo di vivificare ex ante tanto le persone quanto lo spazio sacro nel quale la Messa si svolgeva.

Ulteriore indizio, a mio avviso fondamentale, di quanto detto è la sostanziale obbligatorietà, nella tradizione gnostica, di partecipare alla Eucarestia. Anche qui, a sostegno di quanto sostenuto, va considerato che tale obbligatorietà non deve essere intesa come una costrizione volta ad affermare la sottomissione dell’astante alla struttura del Rito quanto, invece, alla necessità che tutta la Congregazione operi sul piano spirituale e ciò perché in quel momento l’Eggregore è unico  e, pertanto, unica deve essere la Formula.

Non è un caso, infatti, che nella Messa Cristiana – a prescindere se si tratti di Messa di rito cattolico o ortodosso – la partecipazione non solo non è obbligatoria, ma per di più è consentita solo a coloro i quali vi si approcciano “cum pura anima”, vale a dire solo a seguito della “purgatio animae a peccatis” che si ottiene, per i cristiani, a seguito della sottoposizione al sacramento della confessione[4].

Ora, tale prospettiva è del tutto antitetica rispetto alla tradizione gnostica nella quale non vi è alcuna necessità di rinnegare o di pentirsi di alcunché al fine di partecipare alla Messa; anzi, ma è una opinione di chi scrive, proprio la consumazione del cibo eucaristico è prova dell’operare della Formula della Messa Gnostica su di un piano più sottile ed esoterico rispetto a quello, abbastanza grossolano e certamente essoterico, della Messa Cristiano Cattolica.

Ed infatti, la trasmutazione degli elementi offerti in eucarestia, che vengono assunti dall’astante e interiorizzati attraverso la loro ingestione – che di per sé comporta un processo trasformativo di tipo alchemico – avviene a prescindere da ogni pre-condizione esistente nell’astante e, quindi, opera su un piano sottile ed autonomo.

Ciò detto, andrò ora ad analizzare le singole parti del Credo gnostico.

I

Il Credo è diviso in 8 Clausole o Stanze seguite da tre ripetizioni. Le prime 4 clausole sono attribuite alle quattro lettere del Tetragrammaton YHVH: il Padre (Chaos); la Madre (Babalon); l’Unione di Padre e Madre nel Figlio (Bafomet); e la Figlia, la Sposa del Figlio (la Chiesa). Le due proposizioni seguenti descrivono i prodotti essenziali della Messa dal punto di vista della congregazione. Le due proposizioni finali sono nella forma della confessione piuttosto che della professione di fede[6].
“Credo in un SIGNORE segreto e ineffabile” La parola “ineffabile” significa al di là della descrizione e al di là della parola esplicativa di un senso intellegibile. Il riferimento cabalistico è a Kether, l’Unità ultima che è al di là di ogni comprensione che non può essere resa nemmeno attraverso la più alta Saggezza.   “…e in una Stella in compagnia delle Stelle del cui fuoco siamo stati creati, e alle quali ritorneremo”   Tale proposizione si riferisce al Sole, il nostro “Signore visibile e sensibile” la fonte ultima di tutta l’energia fisica sopra e all’interno del nostro pianeta, che è solo uno tra le miriadi di stelle esistenti. Oltre a questa lettura, abbastanza testuale, si potrebbe forse, seguendo l’insegnamento di Daniel Gunther[7], fare un parallelismo del Sole come Stella con la Stella del Nuovo Eone che cade per distruggere e superare l’Eone precedente e così purgare i “rituali del tempo antico”.   “…e in un Padre della Vita, Mistero del Mistero, nel Suo nome CHAOS, l’unico vicereggente del Sole sulla Terra”   Il nome CHAOS, riconducibile alla Sfera di Chokhmah, ricorre, tra l’altro, nel Liber 418, 14°, 4°, 3° e 2° Aethyrs. CHAOS è il nome usato dagli Orfei per indicare la sostanza primordiale e indifferenziata da cui è stato formato l’Universo. Gli alchimisti usavano la parola “caos” per indicare l'”essenza” o “anima” di qualcosa – la sua parte “aerea”. Interessante notare come, quale effetto della commistione tra concetti e linguaggio, il “caos” inteso dal punto di vista fisico e chimico, indica lo stato della materia in cui le molecole non si trovano in uno stato ordinato ma, appunto, caotico. Si tratta in particolare della caratteristica fisica degli elementi chimici “gassosi” onde, secondo studi etimologici, è stato ipotizzato che la parola “gas” derivi proprio dalla parola “caos”. Tale elemento si riferisce al Principio Paterno Creativo, allo Yod del Tetragrammaton, e, dal punto di vista della filosofia antica, al Fuoco principio creatore di Eraclito.   Sappiamo dagli altri scritti di Crowley che “l’unico vicereggente del Sole sulla Terra” si riferisce al FALLO, che è quindi da identificare con il nome CAOS. Il FALLO, quindi, nella sua qualità di “unico vicereggente del Sole sulla Terra”, rappresenta il Fuoco creativo e vivificante che si manifesta negli esseri viventi che dimorano sulla superficie di questo pianeta.   Nel contesto usato nella Messa Gnostica (così come nello Star Ruby), il nome “PHALLUS” o “PHALLE” non deve essere confuso con la parola “pene”, sebbene il pene serva come antico, ma imperfetto, Il termine “fallicismo” usato da Sir Richard Payne Knight e altri non si riferisce all’adorazione del pene, ma all’adorazione del Potere Generativo, un Potere che risiede negli individui sessualmente maturi di entrambi i sessi. la donna matura e attiva incarna il FALLO tanto quanto qualsiasi uomo. “L’organo della generazione rappresenta l’attributo generatore o creatore […]dio della natura, il primo, il supremo, l’intelligente, era comunicata all’iniziato, sotto il sigillo del segreto e dei giuramenti più obbliganti. Il neofita doveva purificarsi prima dell’iniziazione, astenersi dal piacere sessuale e da ogni cibo immondo; ciò dimostra che nessuna intenzione impura era a monte di questo simbolo, e che esso invece, rappresentava un principio fondamentale della fede” (il culto di Priapo) L’uomo è però ancora privo del phallus, non della virilità fisica ma di quella trascendente, del potere creativo o magico divino. Lo ritroverà – e sarà completo – solo come l’iniziato e come «l’osiridificato»» (J. Evola, Metafisica del sesso)   l Grembo che questo FALLO rende fecondo è “l’unico Grembo in cui tutti gli uomini sono generati e in cui riposeranno”, o il continuum materia/spazio/tempo che comprende l’universo. Israel Regardie, in The Eye in the Triangle, cita Crowley per aver detto: “Quando hai dimostrato che Dio è semplicemente un nome per l’istinto sessuale, mi sembra non lontano dalla percezione che l’istinto sessuale sia Dio”.   “e in un’Aria il nutrimento di tutto ciò che respira” L’aria, dei quattro elementi, è attribuita al Vav del Tetragramma, la Terza Persona della Sacra Quaternità. È Tiphareth per il Chokhmah del Caos, è Yesod per il Tiphareth dello Spirito. Come Ruach, è lo Spirito Santo, la Mente del Mondo Formativo e il Figlio del Padre, che accarezza la guancia della nostra bella Madre e che scende dal cielo per mediare tra noi e il nostro Padre Sole, comunicando il Santo Prana nel nostro sangue attraverso l’Ispirazione. Fisicamente, quest’unica Aria ci unisce in un unico continuum sensibile a tutti gli altri esseri viventi che hanno abitato la superficie della Terra. Da essa le piante traggono il gas dell’anidride carbonica, che combinano con i sali della Terra, l’acqua e la luce del Sole per darci il nostro pane e il nostro vino; ad essa restituiscono il gas dell’ossigeno di cui noi, in quanto animali, ci nutriamo. Questo gas di ossigeno alimenta le nostre fiamme interne del metabolismo, nelle quali vengono sacrificati il pane e il vino, e il cui incenso restituisce all’Aria il gas di anidride carbonica, in giusta misura, come offerta di ringraziamento per il nostro nutrimento. Così, tutta la vita terrestre è legata in comunione fisica e ciclica attraverso il mezzo dell’unica Aria.   “E credo in una Terra, la Madre di tutti noi, e in un Grembo in cui tutti gli uomini sono generati e in cui riposeranno, Mistero del Mistero, nel Suo nome BABALON” Il nome BABALON, come il nome CHAOS, deriva dal 12° – 2° Aethyrs del Liber CDXVIII, dove è identificato come un Nome di Binah, la Grande Madre, la Heh del Tetragrammaton accoppiata con la Yod del CAOS. In termini gnostici, Babalon rappresenta SOFIA, la Madre di Tutto e, con CAOS, la simboleggiata dal matrimonio sacro, o ierogamia, della coppia Sole-Luna): il primo dei principi duali responsabili dell’esistenza manifesta.     BABALON, come la Grande Madre, rappresenta la MATERIA, una parola che deriva dalla parola latina per Madre. Essa è la madre fisica di ciascuno di noi, colei che ci ha fornito la carne materiale per rivestire i nostri spiriti nudi; Madre, la Grande Madre Yoni, il Grembo di tutto ciò che vive attraverso lo scorrere del Sangue; Lei è il Grande Mare, il Sangue Divino stesso che ammanta il Mondo e scorre nelle nostre vene; ed è la Madre Terra, il Grembo di Tutta la Vita che conosciamo. 2° Aethyr: Perché come Madre lei è 3 per 52 (156) , e come meretrice è 6 per 26 (156); e questa è la pura unità. Inoltre lei è 4 per 39(156) , cioè vittoria sul potere dei 4, e in 2 per 78 (156) ha distrutto il grande Stregone. Gunther: 156 è anche il il numero di Zion, la città santa di Dio: Zaddì-Yod-Vav-Nun che nel nuovo Eone è uguale a Abiegnus, la città degli Adepti in Binah
SIMON MAGO E ELENA Simon Mago era accompagnato nelle sue pellegrinazioni da una figura femminile, di nome Elena. I Padri della Chiesa sostengono che essa fosse una donna dedita alla corruzione dei costumi, e che amava esibirsi in licenziosi spettacolo assieme a Simon Mago, in cambio di denaro. Impossibile comprendere quanto del vero, e quanto livore vi era in questo tratteggio della coppia, da parte di avversari che hanno poi scritto la storia della religione. Ciò che a noi importa è sottolineare come la figura di Elena accanto a quella si Simon Mago, rispetta un ideale di “coppia gnostica”. Indicando quindi una complementarità dell’aspetto femminile e di quello maschile, indissolubili sia a livello spirituale che terreno. Che egli compisse miracoli attraverso lei, o che in lei avesse il canale per le visioni, o attingesse il potere che gli stessi Atti ci tramandano, ciò non è rilevante. Quello che qui preme è sottolineare come la visione di Simon Mago fosse una visione di complementarità fra il polo maschile e quello femminile. Una rilevanza del femminile che si pone come rottura rispetto all’ebraismo, dove la donna era allontanata dal cuore del culto, mentre in Simon Mago essa diveniva lo strumento per eccellenza del rito stesso. Evidente l’analogia con Babalon, con la Donna Scarlatta e con l’attivazione delle energie per mezzo della unione tra i due poli.
“E credo nel Serpente e nel Leone, Mistero del Mistero, nel Suo nome BAPHOMET” Il complesso di simboli Leone/Serpente è molto antico e ricorre nell’iconografia mitraica, egizia e gnostica. Il Leone è il “Re degli Animali”, per la sua forza, il portamento regale, il colore solare fulvo e perché la sua criniera ricorda l’aurora del Sole. Il Serpente, forse perché presumibilmente custodiva l’Albero della Conoscenza, è associato alla Saggezza Inoltre, poiché cambia pelle e poiché si muove secondo uno schema ondulatorio, il serpente è stato a lungo un simbolo di rinnovamento e il ciclo di morte e rinascita. Alcune culture hanno notato che, poiché il serpente ha gli occhi senza palpebre, è l’unica creatura che può guardare direttamente il Sole senza battere ciglio. Il nome della lettera ebraica Teth significa serpente, e Teth è attribuito al segno zodiacale del Leone, il Leone. Teth corrisponde al Trionfo dei Tarocchi chiamato “Lussuria” o, nel vecchio sistema, “Forza”. relazione tra CAOS e BABALON. Mentre il Leone e il Serpente sono entrambi associati a Teth/Leone, il serpente è anche un simbolo del segno zodiacale Scorpione.Leone e Scorpione sono entrambi Segni Fissi, ma mentre il Leone è un segno infuocato, governato dal Sole, lo Scorpione è un segno acquoso, governato da Marte (o Plutone), e Scorpione e Leone si trovano in quadratura l’uno con l’altro sulla ruota dello zodiaco.Inoltre, lo Scorpione è attribuito alla lettera ebraica Nun, che corrisponde al Trionfo dei Tarocchi chiamato “Morte”. Il Leone può essere visto come rappresentante della Volontà cosciente, o Volontà di vivere, lo Scorpione può essere visto come rappresentante della Volontà inconscia, o Volontà di morire. Così, il simbolismo del Serpente e del Leone può essere inteso come riferito alla “Lussuria” o desiderio che guida perpetuamente la ruota della nascita, della vita e della morte.Questa dottrina è ricapitolata nella seconda invocazione del Sacerdote davanti al Velo, che contiene il La seguente citazione dal Libro della Legge: “Io sono la Vita e il datore della Vita, ma per questo la conoscenza di me è la conoscenza della morte”.  
“E credo in un’unica Chiesa gnostica e cattolica della Luce, della Vita, dell’Amore e della Libertà, la cui Parola di Legge è THELEMA” La unione di Yod il Padre e Heh la Madre in Vav il Figlio dà origine a Heh la Figlia. L’unione di CAOS e BABALON in BAPHOMET dà origine alla “Chiesa Gnostica e Cattolica di Luce, Vita, Amore e Libertà, la Parola di la cui Legge è Thelema”. La parola “chiesa” deriva dal greco Dôma Kuriakon, che significa “Casa del Signore”. In quanto tale, è il luogo in cui ci riuniamo in comunione per comunicare con l’Altissimo. La nostra Chiesa è sia Gnostica che Cattolica. Siamo Gnostici perché accettiamo la cosmogonia emanazionista degli Gnostici (come esemplificata dall’Albero della Vita e dagli Aethyr v. liber 418) e la loro dottrina della redenzione/illuminazione individuale attraverso la Gnosi. Rivendichiamo di discendere dagli antichi gnostici, attraverso le tradizioni segrete dei Cavalieri Templari, le leggende del Graal dei trovatori e menestrelli, e gli insegnamenti velati di alchimisti, ermetisti, cabalisti, maghi, rosacroce, massoni e sufi. nel senso della parola usata dai moderni revivalisti gnostici, che stanno tentando di dare vita agli scheletri secchi di Basilide, Valentino e Mani.   Gunther: Ascesa verso la realizzazione dell’unione della Triade nel Quaternario (Divino ed Umana – quadratura del cerchio) Lambda + P – Delta= triangolo con dentro un quadrato equivale Destino       Dissolutezza    Oscurità           Morte Potere         Passione          Percezione      Putrefazione Libertà         Amore              Luce                 Vita  
“E credo nella comunione dei Santi” I Santi della vera chiesa dei tempi antichi sono invocati dal diacono nella colletta n. 5: “Possa la loro Essenza essere qui presente, potente, possente e paterna a rendere perfetta questa festa!”. Sul punto, come già detto, rimando allo studio della nostra sorella Cristiana della Loggia di Khem.  
“E, poiché la carne e il vino si tramutano quotidianamente in noi in materia spirituale, io credo nel Miracolo della Messa”   Il Miracolo della Messa è la trasmutazione Alchemica del “metallo vile” in “oro”, cioè la transustanziazione della materia in Energia Divina. Questa trasmutazione avviene non solo agli Elementi dell’Eucaristia durante la loro consacrazione, ma anche all’interno dei comunicanti durante la loro Da qui le parole: “Non c’è parte di me che non sia degli Dei”. il riconoscimento della sua natura miracolosa.  
E confesso un Battesimo di Sapienza per mezzo del quale compiamo il Miracolo dell’Incarnazione”.   La Baphomet è Baphe-Metis, il Battesimo della Saggezza. La parola “confessare” deriva dal tardo latino confiteri, che significa, in questo caso, “riconoscere”.  
E confesso la mia vita una, individuale ed eterna che è stata, è, e sarà.”   Avremmo in Simon anche la più antica attestazione di una dottrina trinitaria  da parte  gnostica, dottrina  sulla quale si cimentarono poi varie scuole gnostiche; non solo, ma avremmo un  incontro  con la triplice incarnazione  del cosiddetto «Hermes Tri-ghenethlios» prototipo  dello gnostico; in un  testo  gnostico (il Trattato  gnostico senza titolo del codice Brucianus) leggiamo: la madre invocò la potenza infinita che sta con l’eòne nascosto del padre e appartiene alle potenze della gloria, e dalle glorie è detta trighénethlos, cioè generata tre  volte, ed è pure detta trighenes  (nata  tre  volte)  e  ancora  è  detta  Hermes»   Questo può essere visto come un riassunto sintetico di tutto ciò che è stato affermato in precedenza nel Credo. Ha molte possibili interpretazioni su molti livelli diversi. Potrebbe essere interpretato come implicante una dottrina della metempsicosi, o che la Vita è un unico continuum, o che ogni individuo partecipa della natura di Hadit. In ogni caso, l’individuo riconosce che la vita che possiede trascende apparenti limiti temporali. La frase “che era, ed è, e deve venire” ricorda il simbolo simoniano di “Colui che è stato in piedi, sta in piedi e starà in piedi”.      

[1] Chiaro in tal senso il testo di Giona 3, 2-5.10 in Atti degli Apostoli 2,22.32 «Alzati, va’ a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò. Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. … Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.»

[2] Ed infatti, sino a quel momento, le uniche attività compiute dalla Congregazione sono il Passo, il Segno ed il Saluto di un Mago; sul punto si rimanda più compiutamente al prosieguo dell’articolo.

[3] Dette “Stanze” secondo una traduzione più elegante del termine “Clausole” che, a dire il vero, corrisponde però all’originale inglese “Clauses” che però sconta, tradotto in italiano, il difetto di essere ormai ricondotto erroneamente al solo linguaggio giuridico.

[4] Proprio per confermare la estrema ed ontologica differenza tra noi e i cristiani mi limito a ricordare che all’origine la confessione era un sacramento da professare pubblicamente proprio perché si riteneva necessario che il confessando patisse anche l’umiliazione di dichiarare le sue “colpe” in pubblico…. Mi sia consentito di dire che il fatto che oggi ciò non avvenga non è tanto la prova di una rimeditazione

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