Assistiamo da anni, inermi, ad un continuo assillante scontro tra politica e magistratura.

Non è forse questa la sede per dire chi ha torto e chi ha ragione, perché, come nei divorzi, anche in questa perpetua singolar tenzone, le colpe sono bipartisan (per una volta, qualcosa di realmente bipartisan, in questo paese, l’abbiamo trovato).

Però qualche spunto di riflessione è giusto darlo.

La colpa è in chi, da una parte, sotto il cappello- e che cappello- della costituzione, si ritiene intoccabile, si ritiene in quanto potere dello stato, insindacabile, ritiene di non deve rispondere, salvo rare eccezioni, di provvedimenti spesso discutibili o comunque figli di logiche non sempre strettamente giuridiche, si ritiene l’unico depositario delle norme di legge, si ritiene, sempre… sotto assedio da parte della politica.

Ma la colpa è anche di chi, sempre più di frequente occupa posti di potere da improvvisato, sempre più di frequente non è in grado di argomentare andando in profondità nelle questioni e limitandosi alla superficie e allo slogan, sempre più di frequente sembra occupare il posto che occupa non per capacità ma per attiguità (a un potente, a un gruppo di potere, a un gruppo “social”). La colpa è anche di chi, sommerso da scandali giudiziari, invece di fare un passo indietro, si arrocca, proprio perché si sente… sotto assedio da parte della magistratura.

In questo contesto desolante, l’ultimo dei problemi sembra essere la separazione delle carriere, perché come ha avuto modo in varie occasioni di dire il mio a dir poco illustre professore, Franco Coppi: “Non ho mai pensato di aver perso una causa perché il pubblico ministero faceva parte della stessa famiglia del giudice”.

Il vero problema, molto più culturale che tecnico, è che in un piccolo tribunale del Regno, giudici, pubblici ministeri, giudici per le indagini preliminari, magari di passaggio in attesa di approdare a lidi a loro più congeniali, passino le loro serate in compagnia di loro “simili”, anche per evitare possibili collusioni involontarie e frequentazioni discutibili.

È evidente che in quel caso, difficilmente un giudice per le indagini preliminari,  che va a cena tutte le sere con un pubblico ministero (che sia o no della sua stessa “famiglia”, citando Coppi, poco importa) difficilmente gli negherà una ordinanza di custodia cautelare o un sequestro preventivo. Ma qui siamo all’interno dell’onestà intellettuale, della capacità di avere la schiena dritta- che vale per moltissime altre categorie professionali – e non della separazione  delle carriere.

Quello che invece molto più spaventa, non solo il tecnico del diritto come chi scrive, spesso assuefatto a tali logiche, ma il normale cittadino, fruitore occasionale del “servizio giustizia” è il conflitto molto più nascosto, spesso sconosciuto, tra magistratura e politica, che opera attraverso l’applicazione distonica, per non dire distorta delle norme, a volte addirittura, un’applicazione “contra legem”.

Un caso emblematico, molto recente, di “violenza applicativa” della legge, riguarda una norma varata dal Governo Meloni nel 2024, norma attesa da molto tempo che andava finalmente a dirimere il conflitto esistente tra il diritto tributario e il diritto penal-tributario (ricordate quel che successe ad Al Capone che alla fine fu condannato per reati fiscali? Tale rischio esiste anche qui e non solo oltre oceano).

Senza voler tediare il paziente lettore, nel nostro sistema penal-tributario esiste il principio del c.d. “doppio binario”, in base al quale, se una persona viene indagata ad esempio per frode fiscale (come nel famoso caso del Processo Berlusconi per i diritti televisivi), contemporaneamente, l’Agenzia delle Entrate aveva l’autonoma possibilità di agire con un accertamento tributario sui medesimi fatti, chiedendo il pagamento delle imposte che si ritenevano evase- anzi, a loro dire, fraudolentemente evase!.

Così il povero contribuente, trasformatosi metaforicamente in piccione, si vedeva al centro di un fuoco incrociato tra Procura della Repubblica, Agenzia delle Entrate, sequestri conservativi, confische, ricorsi tributari, pignoramenti ecc. e chi ha avuto la sfortuna di capitarci in mezzo, sa di cosa si parla.

Come dicevamo, il Governo Meloni, bontà sua, aveva avuto il buon senso di varare questa norma che altro non faceva se non applicare un principio molto semplice: “se si viene assolti in sede penale per un reato di natura penal tributaria, l’effetto si estende automaticamente anche all’accertamento tributario, ove pendente il procedimento di impugnazione, dinanzi alle Corti di Giustizia tributaria”.

Il concetto pareva semplice, immediato, di facile applicazione.

Ed invece arriva la Cassazione che con la sentenza n. 3800/2025 che definire fantasiosa (qualcuno meno pavido di me definirebbe oltraggiosa se non addirittura sovversiva), facendo a pezzi la norma, la applica in modo difforme dal dettato normativo, annullando solo le sanzioni e non le imposte richieste dall’erario.

Il tutto, con il silenzio assordante del Parlamento e del Governo che in qualche modo ha visto disattendere una norma appena varata.

Forse sono questi i veri temi che la politica dovrebbe affrontare concretamente, evitando di far prevalere un vecchio adagio di un presidente di sezione della Corte di Cassazione che fieramente affermava “Esistono solo le norme che noi giudici decidiamo di applicare”; ed aggiungerei: “Nel modo in cui decidiamo di farlo, fosse anche contro la legge stessa”.

Massimo Baldi Pergami Belluzzi

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