«Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29/11).

Questa è una delle ultime frasi che il Papa ha pronunciato nella sua visita alla Sinagoga di Roma, il 17 Gennaio 2016.

“Chazaqa” è stata la parola che ha usato il Rabbino capo di Roma Di Segni, per commentare l’incontro col Pontefice; secondo la tradizione giuridica rabbinica se un atto viene compiuto tre volte diventa una consuetudine fissa, ossia chazaqa.

Infatti è sulle orme di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che Francesco ha fatto di un atto una consuetudine.

Per i Cristiani, gli Ebrei sono i fratelli maggiori ed è in virtù delle radici ebraiche del cristianesimo che essi devono sentirsi fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune.

Questo non è stato l’unico messaggio importante della giornata, ma ve ne sono stati altri, come l’invito a dare ognuno il proprio contributo per risolvere i problemi della città e a promuovere un’ecologia integrale, essendo la cura del creato uno dei punti più cari espressi nella Bibbia.

La condanna di ogni antisemitismo (e di conseguenza, di ogni negazionismo), ma anche di ogni violenza condotta nel nome di una religione sono stati gli appelli che non potevano mancare.

Questo è un punto importante per diversi motivi: sia perché parliamo di due realtà religiose che in questi anni hanno subito e subiscono persecuzioni in Medioriente e attentati anche in Europa e sia perché il Papa è un dialogatore, un diplomatico a tutti gli effetti e ha un raggio di azione mondiale.

Guardare la visita in Sinagoga come singolo fatto allora potrebbe rivelarsi riduttivo; piuttosto forse, questo evento entra a far parte di uno scenario più vasto, di un piano a più ampio respiro.

Si ricordi l’incontro in Vaticano con Abu Mazen nel Maggio del 2015 dove sono stati ribaditi l’importanza degli accordi raggiunti a favore della Chiesa Cattolica in Palestina e l’auspicio per l’attuazione della soluzione politica dei due stati di Israele e Palestina, piano da sempre sostenuto da Bergoglio, da Benedetto XVI e in generale, dalla diplomazia Pontificia.

Un mese dopo questo incontro, il Vaticano ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina.

Altro fronte non meno interessante è la recente visita del 26 Gennaio 2016 del Presidente Hassan Rohani.

L’Iran è un punto nevralgico nell’equilibrio mediorientale, nella situazione siriana e in quella irachena; in più gli accordi sul nucleare e l’uscita dall’isolamento economico causato dall’embargo hanno dato a questa nazione un riconoscimento internazionale. Arabia Saudita e Israele non hanno certo risposto positivamente a queste mosse nello scacchiere internazionale.

Durante l’incontro col Presidente Iraniano, i nodi chiave sono di certo stati quelli riguardanti il dialogo interreligioso (avendo il Papa incontrato una settimana prima la comunità ebraica di Roma) e il ruolo che l’Iran è chiamato a svolgere, insieme ad altri paesi della regione, per promuovere adeguate soluzioni di contrasto al terrorismo e al traffico d’armi.

La Chiesa chiede sicurezza e spazio in Iran e in cambio riconosce al paese il ruolo centrale che ha nella tormentata regione.

Nel giro di pochi mesi Bergoglio ha mosso dei passi importanti tra Palestina, Iran e Israele, tre realtà centrali per l’equilibrio mediorientale e per la pacificazione dei conflitti nell’interesse di tutti, poiché non bisogna scordare quanti cristiani sono stati uccisi e che sono perseguitati dai fondamentalisti islamici.

Per questo la recente visita in Sinagoga con ogni probabilità può non essere vista come fatto in sé; sebbene sia ormai chazaqa, essa va inserita in un orizzonte più esteso, con panorami di apertura.

Bergoglio è un camminatore, un Papa “del compimento” e ci ha abituato a considerare, dalla mediazione USA-Cuba a quella tra le Farc-governo Colombiano, che ogni passo è parte di un percorso lungimirante, teso ad abbracciare una problematica intera.

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Di admin